Screening, autenticità, valore delle opere d’arte

Giudizi, non pareri

Prima della verifica. Alcune collezioni arrivano alla verifica dopo anni di acquisizioni, certificazioni ritenute affidabili, pubblicazioni, passaggi ereditari, valori assicurativi coerenti. Il sistema di validazione appare completo. Finché resta nella sfera privata, questo insieme di prove è sufficiente a sostenere il valore percepito delle opere. La necessità nasce quando su quel patrimonio devono fondarsi decisioni o semplice desiderio di sapere cosa si possiede. In questi casi non è in discussione il gusto o l’interesse storico delle opere, ma la possibilità stessa di capire quale sia il loro valore reale. È in questa fase che emergono le incongruenze: provenienze vaghe, opere pubblicate ma non rintracciabili sui libri citati, attribuzioni sostenute da documenti non controllabili, perizie altisonanti ma prive di autorità. Il problema non riguarda una singola opera: riguarda la possibilità di considerare la collezione un patrimonio reale e utilizzabile.
Una collezione non verificata può essere posseduta, ma non può essere negoziata senza rischio di contestazione. Finché nessuno verifica, tutto appare coerente.

La verifica. Il giudizio conclusivo richiede una combinazione rara di competenze. In questi casi non serve un parere. Serve qualcuno che possa arrivare a una conclusione sostenibile davanti a terzi. Romano Ravasio ha iniziato come restauratore di opere antiche per la Soprintendenza italiana e per musei, poi si è specializzato nel restauro del contemporaneo, tra i primissimi in Italia, con tesi di laurea dedicate al suo lavoro, all’epoca sperimentale. Da questa base nasce una capacità di lettura dell’opera che attraversa l’antico e il contemporaneo e che nessuna formazione teorica produce. In occasione dell’alluvione del Piemonte del 1994 ha restaurato dipinti gravemente danneggiati dal fango utilizzando enzimi lipolitici per l’estrazione di oli e grassi: primo intervento di questo tipo su opere d’arte.
Con un laboratorio mobile ha percorso l’Europa per anni: gallerie, istituzioni, grandi collezioni private. È stato chiamato da tribunali nei casi più complessi: a Venezia, nel 2004, ha contribuito all’identificazione di più di quattromila opere sequestrate presso un canale televisivo di televendite d’arte, risultate tutte false, risalendo alle centrali di produzione che rifornivano il mercato mondiale con falsi dei maggiori artisti del Novecento. In un caso relativo a un Tintoretto conservato in un caveau svizzero, l’opera era pubblicata nel catalogo di riferimento del massimo studioso dell’artista. L’analisi tecnica mostrava caratteristiche incompatibili con l’autografia. Verificando l’edizione originale in biblioteca, la pagina citata non esisteva: era stata aggiunta in una ristampa prodotta appositamente per sostenere l’attribuzione. Non era falso solo il dipinto, era falso il sistema di prove costruito intorno ad esso.
In diverse verifiche condotte su grandi collezioni private nel Golfo, opere attribuite a Picasso, Botero, Van Gogh e altri grandi artisti sono risultate prive di autenticità. Raccolte con valore dichiarato di decine di milioni erano costituite principalmente di falsi. Il contesto è sempre lo stesso: acquisti effettuati anni fa, in una fase in cui i mercati del Golfo crescevano rapidamente e la disponibilità economica aveva sostituito ogni controllo tecnico. Tra i casi ricorrenti, opere attribuite a Modigliani provenienti dal caso Parisot, vicenda di autenticazione sfociata in contenziosi internazionali: parte di queste acquisizioni risaliva agli anni precedenti alle contestazioni, altre erano state effettuate anche successivamente.
In altri casi, riguardanti sculture in bronzo di Degas, l’analisi dimensionale e materica ha rivelato fusioni realizzate a partire da altre fusioni e non dal modello originario: il naturale ritiro del metallo rendeva le opere più piccole e tecnicamente incompatibili con gli esemplari autentici.
Romano Ravasio non cerca il falso: stabilisce cosa è reale. Operativamente la verifica riguarda insieme opere e documentazione. L’analisi diretta considera tecnica esecutiva, materiali, stato conservativo e compatibilità storica con autore ed epoca dichiarati. In parallelo vengono controllate provenienze, autentiche, pubblicazioni e precedenti perizie. Le pubblicazioni non sono assunte come prova automatica e le autentiche non sono considerate valide in sé: entrambe vengono verificate come qualsiasi altro elemento documentale. L’intervento non aggiunge un’ulteriore opinione a pareri esistenti: conclude la verifica quando pareri, certificazioni e pubblicazioni non sono più sufficienti a sostenere una decisione.
Questa distinzione è la differenza tra un parere e una conclusione. Per questo viene chiamato quando i pareri esistono già ma non consentono ancora di decidere.

Dopo la verifica. L’esito modifica la consistenza del patrimonio. Alcune opere sostenute da certificazioni vengono escluse perché l’attribuzione non è sostenibile, altre cambiano autore o periodo con conseguenze dirette sul valore, altre, pur autentiche, risultano compromesse da restauri invasivi o condizioni conservative incompatibili con il valore attribuito, altre ancora, prima marginali o mal classificate, emergono come autentiche e rilevanti. Solo dopo questa ridefinizione diventano possibili decisioni operative: assicurare correttamente, vendere senza rischio di contestazioni, impostare una successione.
Prima della verifica esiste una raccolta di oggetti con un valore dichiarato. Dopo esiste un patrimonio utilizzabile. La verifica non blocca una collezione: è l’inizio delle decisioni possibili.

Questi temi sono stati oggetto di una conferenza dedicata ai rischi del collezionismo, tenuta da Marina Pizziolo presso l’Accademia Carrara di Bergamo nel 2023.