Marco Carnà: uno scomodo genius loci

Pizziolo, M & Ravasio, R 2026, Marco Carnà: uno scomodo genius loci. Cronaca di una riscoperta, enhanced Focus, EdiXion, Milano.

La scelta di un nome d’arte, la scelta di un destino. Marco Carnà è nato nel 1929 in Brianza, a Carnate, e fino al 2021 è vissuto nello stesso luogo: quello da cui aveva scelto di prendere il nome (Carnà è l’antica dizione di Carnate) abbandonando quel cognome, Colombo, che lo avrebbe relegato in una grigia omonimia condivisa da centinaia di lombardi.
Eppure, nella decisione di legarsi con il suo nome d’arte al luogo dove decide di vivere per tutta la vita, non c’è l’esibizione di un legame, la vocazione di un’origine. Marco Carnà non è stato un artista della Brianza e non potremmo fargli torto peggiore nel definirlo così. E con lui a noi. Perché quella chiave non apre la porta dell’universo di segni, di forme, di colori e di storie che Carnà ha ostinatamente abitato.
A un grande industriale che un giorno si presentò nel suo studio, in cerca di un bel paesaggio della Brianza, l’artista rispose, spalancando una finestra: “Ce ne sono finché vuole”. E lo congedò.

“Sui miei fallimenti ho costruito la mia libertà”. Fallimenti? Carnà ha vissuto a Milano, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, una stagione creativa che è storia, frequentando artisti potentemente innovativi, come Piero Manzoni o Enrico Castellani. Carnà ha vissuto esperimenti artistico sociali, come il Quartiere delle Botteghe, la non ancora indagata comune artistica, creata nella roccaforte operaia di Sesto San Giovanni tra il 1964 e il 1967, condividendo sogni e delusioni con Enrico Castellani, Agostino Bonalumi, Arturo Vermi, Luciano Fabro, Turi Simeti o Hidetoshi Nagasawa. Ha esposto a Milano, Roma, Londra, Parigi, Zurigo, Toronto, Minsk, Saratov. Ha realizzato opere pubbliche, come le vetrate per il Duomo di Monza, che sono misura del suo sapere usare l’arte per raccontare le storie di Dio, così come quelle degli uomini oppure dei personaggi nati dalla penna di Dante Alighieri, Nikolaj Gogol’ o Lautréamont.

Una fiera coerenza. Una bella carrellata di fallimenti, non c’è che dire. Ma il filo conduttore del suo nomadismo artistico non è stato l’abusato alibi della ricerca, quanto l’esigenza di una fiera coerenza con le sue idee. Perché la cosa che Marco Carnà aveva scelto, e per la quale ha lottato tutta la vita, era di essere un uomo libero. E per questo scomodo.
Un artista che ha lavorato a complesse estroflessioni, negli anni in cui questa tecnica era la frontiera di una nuova dimensione del quadro, ma che non si è attardato su quelle forme in una compiaciuta ripetizione. E per questo oggi quelle sue opere sono reperto di un’idea viva e non moduli prodotti per un mercato complice. Un artista che ha creato un suo alfabeto formale, in quelle sovrastrutture che inventano e mettono a nudo la nervatura prima del reale, in quei grovigli di “tubi”, canali energetici di un pensiero mai sazio del nuovo. Un artista che ha disegnato migliaia di tavole, percorrendo a penna gli infiniti labirinti del segno.

Una storia ancora da scrivere. Varcare la soglia della sua casa studio di Carnate, oggi sede dell’Archivio Marco Carnà, è entrare in un luogo atemporale, custodito dalla sua “limpida” Daniela. Qui tutto è rimasto come lui l’ha lasciato. Sta a noi ora scrivere la sua storia, prima che il vento del tempo disperda il prezioso mandala di sabbia che Marco Carnà ha composto giorno dopo giorno, per anni, con una gioia del fare arte che era ragione necessaria del suo vivere da uomo libero.